La storia - CSI FROSINONE

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La storia

Chi siamo


IL CSI - La nostra storia                              
                        
Il Centro Sportivo  Italiano é un'associazione senza scopo di lucro, fondata sul  volontariato, che promuove lo sport come momento di educazione, di crescita, di impegno e di aggregazione sociale, ispirandosi alla visione  cristiana dell'uomo e della storia nel servizio alle persone e al  territorio.
In qualità di associazione polisportiva  attiva più antica d'Italia, il Csi risponde ad una domanda di sport non  solo numerica ma qualificata sul piano culturale, umano e sociale.
Da sempre i giovani costituiscono il suo  principale punto di riferimento, anche se le attività sportive promosse  sono rivolte ad ogni fascia di età.
Educare attraverso lo sport è la missione  del Centro Sportivo Italiano. Questo è ormai consolidato nella prassi e  nella coscienza dell'associazione a tutti i livelli.
Lo sport inteso dal Csi può anche essere  uno strumento di prevenzione verso alcune particolari patologie sociali  quali la solitudine, le paure, i timori, i dubbi, le devianze dei più  giovani. Un'attività sportiva organizzata, continuativa, seria, promossa  da educatori, allenatori, arbitri, dirigenti consapevoli del proprio "mandato" educativo, infatti, aiuta i giovani ad andare oltre, ad  abbandonare gli egoismi e ad affrontare la strada della condivisione,  della sperimentazione del limite, della conoscenza di sé.
Proprio per questo, il CSI prevede  un'articolazione della proposta sportiva nel rispetto delle età e dei  bisogni di ciascun atleta, permettendogli in tal modo di scoprire il  meglio di sé, di imparare a conoscere il proprio corpo, a valorizzarlo, a  stimarlo.
Nel 2014 ricorre il settantesimo anniversario dalla fondazione, che  risale al 1944, su iniziativa della Gioventù Italiana di Azione  Cattolica.
Idealmente si voleva proseguire l'esperienza della FASCI (Federazione  delle Associazioni Sportive Cattoliche Italiane), creata nel 1906  dall'Azione Cattolica Italiana e sciolta nel 1927 dal regime fascista.
Oltre un secolo di storia, durante il quale la pratica sportiva si è trasformata da fenomeno di èlite a fenomeno di massa.
In tutti questi anni un impegno costante, una ragione di fondo  semplice quanto delicatamente gravosa: sostenere uno sport che vada  incontro all'uomo.

                            
La fondazione del Centro Sportivo Italiano
                                                         
Il 5 gennaio 1944, la Direzione generale dell'Azione Cattolica  approvava l'iniziativa del  prof. Luigi Gedda, di intraprendere la costituzione di un organismo specializzato per lo sport, con la denominazione di "Centro Sportivo Italiano".
Pur dichiarandosi quale prosecuzione ideale della FASCI, la stessa  nuova denominazione, nei confronti della precedente, voleva indicare una  precisa apertura apostolica verso tutta la gioventù italiana e non più  limitarsi alle sole associazioni sportive cattoliche.
Nella primavera una apposita commissione, installata dalla Presidenza  centrale dell'Azione Cattolica, redige una bozza di statuto e di regolamento organico. Nell'autunno del 1944 viene approvato il primo  Statuto del CSI, che pone a fondamento dell'azione associativa il fine  di "sviluppare le attività sportive ed agonistiche guardando ad esse con  spirito cristiano, e cioè come ad un valido mezzo di salvaguardia  morale e di perfezionamento psicofisico dell'individuo": questo sport  dalla forte valenza educativa va esteso al "maggior numero possibile di individui". È il principio cardine dell'Associazione: il CSI è promosso  da cristiani, ma è aperto a tutti e collabora con quanti si impegnano  per uno sport a servizio dell'uomo.
La nuova associazione, che muove i primi passi in un'Italia ancora  divisa in due, afferma nella nascente Italia democratica il diritto dei  ittadini ad associarsi liberamente per praticare un'attività sportiva.  In un Paese interamente da ricostruire, dove anche gli impianti sportivi  mostrano i segni della guerra appena terminata, lo sport del CSI si  forma inizialmente all'ombra dei campanili: le sue Società sportive si  coagulano attorno agli Uffici Sportivi Diocesani e sono espressione, per  la maggior parte, di Parrocchie e Istituti religiosi.

                            
Pio XII il "Papa degli sportivi"
                                                         
Se Gedda è lo stratega della organizzazione cattolica dello sport, è  tuttavia Pio XII che ne definisce gli obiettivi ideali, i princìpi  educativi, le finalità morali. È stato scritto che Pio XII "ultimo papa  d'una chiesa ierocratica in una visione simbolica post conciliare, è  invece tra i primi, forse il primo, pienamente inserito in una società  di massa" e che "ebbe il senso vivissimo dei mezzi di comunicazione di  massa, cogliendone il potere reale e dedicando ad essi grande cura".  Anzi si può affermare che Pio XII fece degli strumenti di comunicazione  di massa uno dei mezzi privilegiati per l'instaurazione di quella  societas christiana che costituì uno dei tratti più significativi del  suo pontificato.
E certamente lo sport rientrava fra gli strumenti di comunicazione di  massa. Non a caso, nei suoi vari discorsi il riferimento allo sport è  frequente e sicuramente per assiduità non ha precedenti coi suoi  predecessori. A ulteriore conferma dell'interesse di Pio XII in materia  di sport resta anche tutta una serie di significativi episodi che  inauguravano uno stile del tutto nuovo. Nel 1946 riceveva, ad esempio,  ed era la prima volta nella sua trentennale storia, la carovana del Giro  d'Italia, secondo una consuetudine che si sarebbe negli anni ripetuta.
Un episodio significativo dell'attenzione pacelliana allo sport si ha  nella pubblica menzione che Pio XII fece di Gino Bartali in un discorso  ufficiale. Il 7 settembre 1947, dinanzi agli Uomini di Azione Cattolica  in piazza San Pietro, così si esprimeva "Il tempo della riflessione e  dei progetti è passata. È l'ora dell'azione. La dura gara di cui parla  San Paolo è in corso. Siate pronti. È l'ora dello sforzo intenso. Anche  pochi istanti possono decidere la vittoria. Guardate il vostro Gino  Bartali, membro dell'Azione Cattolica: egli ha più volte guadagnato  l'ambita maglia. Correte anche voi in questo campionato ideale, in modo  da conquistare una ben più nobile palma".

Ad ognuno il suo sport
 
Già nell'immediato dopoguerra il CSI si fa promotore di innovative  proposte di attività sportiva, modellate per le diverse fasce di popolazione. Nei mesi di maggio e giugno 1945 il CSI organizza, con la  collaborazione tecnica delle Federazioni sportive nazionali e del CONI, i  Campionati Studenti Medi. Hanno fatto seguito, nei mesi estivi, i  Campionati Sportivi del Lavoratore, ideati e lanciati dal CSI al quale  si sono poi uniti il CONI, l'ENAL e la CGIL.
Nel 1945, in collaborazione con la GIAC, nascono anche i Campionati  Studenteschi, che promuovono la pratica sportiva nelle scuole di tutta  Italia, mentre nei primi mesi del 1949 debuttano i Campanili Alpini (in  collaborazione con la FISI e il settimanale per ragazzi della GIAC "Il  Vittorioso") e, successivamente, i Campanili Marini, che mirano a  diffondere, rispettivamente gli sport invernali e natatori, in ogni  Comune tra gli italiani delle diverse età.
Contemporaneamente si organizzano su tutto il territorio nazionale  anche attività di tipo tradizionale, in accordo e collaborazione con le  Federazioni Sportive Nazionali.
Negli anni successivi si replica con intensità crescente. Si gioca e  si gareggia dappertutto sotto i colori blu-arancio del CSI: non solo  nei cortili delle Parrocchie, ma anche negli stadi, nelle piazze, sulle  strade. Nascono il Trofeo della Montagna (1946), organizzato, in  collaborazione con gli Alpini, per i "militari, valligiani e cittadini";  Ju Sport, per i ragazzi dai 10 ai 14 anni; Sport Vitt e le Olimpiadi  Vitt, per i giovani dai 16 ai 20 anni.
Seguirà anche Arcobaleno sport: una serie di attività adatte ai  ragazzi, che si articolano in otto trofei dai colori dell'arcobaleno e comprendono pallacanestro, nuoto, atletica leggera, pallavolo, calcio,  rugby educativo, pattinaggio, tennistavolo.


La ricorrenza del primo decennio del Centro Sportivo Italiano
 
Nell'ottobre 1955 il CSI festeggia a Roma i primi dieci anni di  vita. L'idea di un raduno romano del CSI era nata come grato e doveroso  omaggio a Pio XII, "Il Papa degli sportivi", nel suo ottantesimo  compleanno e nel quindicesimo di pontificato. La ricorrenza del  decennale di fondazione fu vista anche come l'occasione propizia per  ribadire al Paese intero la propria vocazione. A quell'appuntamento il  CSI si presentava forte di un'organizzazione diffusa ormai in tutta la  penisola: 17 Comitati regionali, 92 Comitati provinciali, 60 Comitati  zonali, 3.000 Società sportive, circa 80.000 tesserati.
La gente del CSI, alla quale si aggiunsero le atlete della FARI e  atleti di molte Federazioni nazionali, cominciò ad affluire a Roma il 6 e  7 ottobre. Arrivarono con treni, pullman, moto e perfino in bicicletta,  vestiti con le tute e le divise sociali, giovani e meno giovani, portando bandiere, striscioni e gli strumenti del loro sport. Alcuni di  loro diedero vita a tre grandi manifestazioni sportive: i "Campionati  nazionali di atletica leggera", il "Criterium giovanile ciclomotoristico delle Nazioni", il "Gran Premio del Decennio" di ciclismo. La mattina  del 9 ottobre questa enorme massa di gente, alla quale si erano aggiunte  le atlete della FARI e gli atleti di molte Federazioni sportive  nazionali con i loro dirigenti (circa 50.000 persone), sfilò per le vie  di Roma fino a Piazza San Pietro, dove li attendeva un'udienza concessa  da Papa Pio XII. In quella folla di atleti erano rappresentati tutti gli  sport del CSI e tutte le regioni.
Il "Decennio" non fu solo bandiere, musiche e cortei. A dargli un  senso profondo fu il discorso pronunciato in quella occasione da Pio  XII. Nel 1945, quando il CSI era rinato dalle ceneri della FASCI, era  stato proprio Pio XII ad indicare la strada che la nuova associazione  avrebbe dovuto percorrere nello sport. Ora, a distanza di dieci anni, ci  si raccoglieva attorno al Papa con l'orgoglio di chi era riuscito ad  andare oltre ogni previsione. Pio XII lodò il CSI per la strada già percorsa e diede preziose indicazioni per il futuro.
Ma il Pontefice esortava a fare ancora di più: perché lo sport è  fonte di beni fisici ed etici, va proposto a tutti i giovani, anche ai  più disagiati. Ai giovani dell'immediato dopoguerra lo sport veniva  proposto come un'alternativa esistenziale, cioè un ideale di vita  coraggioso, ottimista, superiore ai meri interessi e preoccupazioni  materiali: una proposta di rinnovamento totale di tutta la persona,  anima e corpo, attraverso un'attività sportiva sanamente intesa. In  questa prospettiva anche la funzione di una "associazione di categoria"  come il CSI era tracciata di conseguenza; attraverso essa la Chiesa  "compie ed integra ciò che manca ad un'idea, ad un'attività, ad  un'opera, che per eccessi o per difetti o per assenza di fondamenti ideali non siano pari, se non addirittura contrari, alla dignità  cristiana" (Pio XII). Ecco pertanto il programma del CSI alla fine del  suo primo decennio di vita, tracciato con quella famosa espressione:  "Lievito di cristianesimo voi dunque sarete negli stadi, sulle strade,  sui monti, al mare, ovunque si innalza con onore il vostro vessillo"  (Pio XII).
Si incomincia già ad intravedere il "modo d'essere" del CSI e c'è  già un netto progresso rispetto al periodo della FASCI. Compito dell'istituzione sportiva cattolica non è soltanto quello di agire, perseverare e conservare, ma anche quello di animare cristianamente, dal  di dentro, i valori temporali, soprattutto con la forza dell'esempio.
L'avvenimento fu troppo grande perché si potesse ignorarlo. I  cinegiornali ne diffusero il resoconto in tutte le sale  cinematografiche. La stampa impegnò alcune grandi firme nel commento. Le critiche di parte non mancarono e talvolta toccarono punte di  involontaria comicità. L'Unità polemizzò sui presunti costi del raduno,  Il Paese trovò ingiusto che si fossero sventolate le bandiere tricolori  facendo "fremere nella tomba le ossa di Mazzini e Garibaldi", Il Lavoro  parlò di messa in scena grandiosa che nascondeva la pochezza dello sport  del CSI, Il Borghese fece finta di stupirsi perché non era stata  inviata "alla cittadinanza romana nessuna cartolina precetto per  assistere alla sfilata".




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